Archivio Categoria: Senza Rumore

Questo blog è un manifesto che dedichiamo all’esperienza maturata (per davvero) cliente dopo cliente in Digital Followers. Scopri le nostre case history.

Perché “avere il logo” non significa “avere un Brand”

Tempo di lettura: 2 minuti

Salve, abbiamo bisogno di una strategia marketing ma il brand lo abbiamo già. Lo abbiamo fatto noi. Eccolo.

Molti potenziali clienti arrivano nei nostri uffici dicendo che “hanno già un brand” e mettono sul tavolo il loro logo, aggiungendo anche, con fare minaccioso, “non va toccato, è perfetto così” come se al solo tocco ci fosse un nostro preventivo pronto per la firma ;).

Il problema non sta nel logo in sé. Cioè se è bello, brutto, adatto, inadatto. Il problema è che il logo non è il Brand, il Brand è molto di più, ma tanto tanto di più.

Spesso vediamo aziende che sprecano spazi visivi, magari di cartelloni enormi, solo con il loro logo in formato gigante. È un’occasione sprecata, sono soldi, nella maggior parte dei casi, buttati dalla finestra.

Proviamolo su noi stessi. Immaginiamo di essere in metropolitana, stiamo aspettando il prossimo treno e davanti a noi c’è un cartellone enorme, con un logo gigante che non conosciamo. Cosa ci comunicherà quel logo? Come ragiona il nostro cervello? Quello che farà sarà catturare per noi l’interesse per motivi puramente visivi e quindi?

Imprenditori, manager o startuper sono convinti che quel logo ci resterà in mente per sempre, che lo cercheremo online alla prima occasione, che stopperemo la musica che stiamo ascoltando per cercarlo su google. Sì, di questo sono convinti ma non funziona così.

Mediamente una persona impiega 7 ore di ricerca online, ripeto 7 ore tra siti, video, immagini, ecc per acquistare un prodotto e veramente pensiamo che un logo su un cartellone possa fare lo stesso?

I prodotti sono e restano prodotti, la relazione è sempre con le persone. Il problema più grande davanti ad un shop che non conosciamo è il fatto che non troviamo nessuno, non c’è nessuno con cui parlare e da qui la domanda: posso fidarmi? Perché le persone cercano altre persone, perché tra persone si crea una relazione di fiducia, simpatia, empatia. Questo deve fare un Brand.

Emily Heyward nel libro “Adoro!” (che consiglio di leggere ad ogni persona a cui sta a cuore la propria azienda) scrive:

Per catturare la fedeltà dei clienti e trasformarli in fan sfegatati bisogna far sì che l’azienda entri in profonda risonanza emotiva con loro, che incarni, in ogni sua parte e con ogni sua decisione, un sistema di valori e una visione condivisa.

Nei prossimi articoli vedremo come creare questa relazione ma va compreso bene che non basta mettere sul tavolo un logo per dire che abbiamo un Brand. Abbiamo solo un foglio con un logo stampato sopra.

Il logo è sicuramente importante ma è solo un pezzo del puzzle. Uno dei tanti elementi che devono contribuire alla realizzazione di un Brand.

Più urli e offendi, più l’imprenditore ascolta. Ma sarà vero?

Tempo di lettura: 3 minuti

Una volta si diceva che chi urlava di più veniva ascoltato, ora siamo alla versione 2.0: chi offende di più viene ascoltato e pure venerato.

Ci sono imprenditori (e anche di alto livello) che più vengono insultati più ascoltano e confermano anche di essere definiti in quel modo. C’è un noto consulente di marketing che negli ultimi anni ha fatto breccia in Italia per un linguaggio assolutamente diverso dal solito, una comunicazione fatta di agitazione, urla e offese.

Quello che dice non è sbagliato, cioè il succo del discorso è buono. Sono cose che noi del settore conosciamo da sempre. Il fatto che un collega tenti di creare cultura, tenti di formare persone inconsapevoli delle opportunità del marketing online, per noi è un vantaggio perché ci troviamo poi quelle stesse persone, in ufficio, discutendo con le stesse terminologie tecniche, senza iniziare ogni volta il racconto da Adamo ed Eva.

La cosa che mi fa pensare e che condivido spesso con il mio team è appunto la forma di comunicazione, essendo gente di marketing, quello è ciò che ci interessa. Perché delle persone (con azienda e quindi con responsabilità ,ecc) devono ascoltare e quasi venerare un signore che durante un video ogni 5 minuti li insulta perché non sanno nulla, perché fanno domande stupide, perché non hanno soldi, perché sono dei buffoni?

La risposta la conosciamo ma il punto è che in Digital Followers non troverete nulla di tutto ciò. Non sono qui a dire che siamo i più bravi ma che siamo educati sì. Che abbiamo rispetto per tutti, sì. Dobbiamo dimostrare le nostre capacità e competenze non urlando, non insultando ma con i fatti. Perché poi noi le strategie le mettiamo in pratica e i risultati li dobbiamo raggiungere. Non ci fermiamo alla formazione, la mettiamo in pratica.

Non diciamo che bisogna scrivere copy persuasivi perché altrimenti nessuno vi legge. Abbiamo nel nostro team personale che ogni giorno scrive testi.

Non diciamo che occorre fare un funnel altrimenti non vendi. Noi i funnel li studiamo e li costruiamo oltre a portarci il traffico e a vedere i risultati.

Non diciamo che se vuoi essere primo su Google devi fare le campagne e che se non le fai sei un buffone che non ha i soldi. Noi studiamo, realizziamo e configuriamo le campagne di advertising oltre a gestirle e a misurare i risultati.

Proprio qualche giorno fa ho preso parte ad una call conference dove un fornitore del mio cliente era andato su tutte le furie, aveva atteggiamenti poco rispettosi. Una volta terminata la call il nostro cliente mi ha detto:

“Stefano, ma tu vuoi paragonare Digital Followers a quell’azienda? Il livello è completamente diverso”.

Con i Clienti ci interessa creare una relazione stretta, fatta di trasparenza e di educazione. Non urliamo, non offendiamo, semplicemente parliamo. Non so fare il dentista ma quando vado dal mio non mi insulta perché non sapevo di un ponte da fare. Semplicemente, parliamo.

Leadership di cura, empatia e intelligenza emotiva: quello che chi lavora in team dovrebbe sapere (e fare)

Tempo di lettura: 5 minuti

Da un paio di anni, mi sto interessando al mondo della crescita personale e seguo alcuni corsi sui concetti di autoefficacia, empatia, narcisismo e amor proprio. Sono temi importanti che ho ritrovato nelle parole di Valeria Cantoni Mamiani all’interno del suo bellissimo Leadership di Cura, libro uscito nel 2021 fresco fresco di 1° e 2° lockdown e con addosso tutti i segni della pandemia e di questo post-pandemia ancora in corso.

Un libro di cui consiglio la lettura a tutti coloro che lavorano con altre persone e vivono dinamiche di gruppo o aziendali, tra collaborazioni, team, riunioni, deleghe e task.

Il tema dell’empatia mi interessa notevolmente, difficile lavorare nella comunicazione senza voler migliorare questa capacità (che si può imparare ed esercitare), è stato rincuorante vederlo così bene espresso nonché urgente all’interno di una cornice di leadership per imprese e organizzazioni.

Valeria Cantoni parla infatti delle dinamiche di leadership nei contesti aziendali, ma anche politici, inserendo la gestione del gruppo in un’ottica di capacità di ascolto, cura dell’altro e sviluppo delle cosiddette soft skills che sempre più aziende stanno ricercando (anche in Italia?).

Ogni organizzazione vive di elementi come orientamento ai risultati, senso di condivisione, gerarchia e deleghe, collaborazione, innovazione, riconoscimenti adeguati e crescita personale. Se una di queste condizioni non viene rispettata, il sistema diventa tossico e le persone ne soffrono. Profondamente. Covando dentro un senso di insoddisfazione e frustrazione che a volte si nutre per anni, o per l’intera vita lavorativa.

Se pensiamo alla sostenibilità del gruppo, non possono mancare nella pratica quotidiana feedback, senso di appartenenza, collaborazione, fiducia, ascolto e cura:

  • La scarsità o mancanza di feedback è demotivante e non agevola a prendersi responsabilità.
  • Il senso di appartenenza si attua quando esistono valori condivisi da tutti, e fa leva sul bisogno di ognuno di sentirsi parte di qualcosa di più grande.
  • La collaborazione implica una buona dose di mediazione tra noi e gli altri, al fine di raggiungere un obiettivo riconosciuto e condiviso: sentirsi utili a qualcuno è importante per l’essere umano, perché ci si sente riconosciuti come membro attivo di valore.
  • Infine la fiducia misura lo stato della nostra apertura verso l’alto.

Le neuroscienze e gli studi sui neuroni specchio ci confermano che l’essere umano è un animale relazionale, tuttavia la nostra impostazione sociale ha sempre avvantaggiato l’intelligenza cognitiva anziché la buona gestione delle emozioni. Il successo è legato alle abilità competitive e aggressive, mentre le emozioni sono state sempre etichettate come “cose per femminucce”, poco utili per “avanzare nella vita”.

In questo clima post-pandemico di diffusa stanchezza e languishing (un languire in una situazione di malessere), la competenza emotiva costituisce un insieme di abilità pratiche utili a far sì che l’individuo sia efficace nelle relazioni sociali. Tra le “nuove” capacità emotive da allenare per gestire la relazione con l’altro, e anche con se stessi, troviamo innanzitutto l’ascoltare per farsi ascoltare.

Ascoltare significa autorizzare se stessi a parlare per secondi senza sentirsi per questo sminuiti, uno spazio che presuppone sospensione del giudizio, che è sempre un pre-giudizio. Comprendere significa dare avvio a una trasformazione sui propri preconcetti.

Ascoltare significa parlare dopo gli altri, anche quando si pensa di avere la risposta giusta. Non è affatto facile. Spesso ascoltiamo non con l’obiettivo di comprendere, ma solo aspettando il nostro momento per replicare. Ed ecco che nascono, frequentissimi, i malintesi tra i collaboratori.

La pandemia ha spinto molti manager a trasformare l’approccio di controllo sul dipendente in attenzione per sé e per gli altri. Come per le emozioni, anche la cura deve partire innanzitutto come cura per sé, dove ci si legittima a prestare attenzione ai propri bisogni, comprendendo le proprie zone di comfort e quelle di dis-comfort.

Nella nostra società attuale fondata su velocità e prestazione, è facile confondere il valore della persona con la sua “funzionalità”. Un dilagante egoismo sta cancellando l’idea di prossimo, che significa “molto vicino”.

È un problema di fiducia. Perché è tanto difficile dare e ricevere fiducia?

Perché siamo colpiti dal bias della negatività a causa del quale ricordiamo di più le situazioni spiacevoli che quelle piacevoli, innescando così anche la cosiddetta profezia autoavverante, convinzione secondo la quale se una cosa deve andare male, andrà male.

“C’è un detto che recita ‘un uccello posato su un ramo non ha mai paura che il ramo si rompa, perché la sua fiducia non è nel ramo, ma nelle sue ali’. Avere fiducia in sé e nel proprio processo evolutivo è un primo passo per avere fiducia negli altri e nel loro processo evolutivo che include anche gli errori.”

Valeria Cantoni Mamiani, pagg. 36-37

Si ha fiducia nell’altro quando si delega, fornendo indicazioni precise e gli si consegna autonomia, autorità e quindi responsabilità. Lo riesci a fare con i tuoi collaboratori, colleghi, superiori, clienti?

L’autrice ci ricorda poi quanto sia sbagliato attenersi solo all’ultimo evento o all’ultimo errore per perdere fiducia in quella persona o peggio ancora negli altri. Hai mai avuto la sensazione di impegnarti per fare sempre tutto al meglio, e quell’unica volta che sbagli, è come se anni di cose ben fatte sparissero all’istante?

Bene, Valeria Cantoni (che si basa su studi psicologici e sulla sua trentennale esperienza in contesti business), ti direbbe “sappi che è una TUA percezione, sei TU a scegliere che emozioni provare in seguito a un evento. Ricorda l’uccellino che ha fiducia nelle sue ali”. ?

Ripetiamo come un mantra: il processo evolutivo include anche gli errori, gli errori sono un’enorme ricchezza.

Leadership di Cura è così pregno di concetti importanti, che ne scriverò ancora, prossimamente. Di sicuro, un tema per me cruciale è quello dell’imparare ad assumersi la responsabilità di ESPRIMERE LE PROPRIE ESIGENZE.

Nulla ci piove dal cielo, dobbiamo imparare a chiedere, se intendiamo ricevere. Ne scriverò presto, perché è in primis un’abilità che devo imparare io stessa, qualcosina ho già iniziato a fare ma la strada è lunga e lastricata di sciocche paure ?

Qui trovi il libro >>

Come far capire tutto di un brand in meno di 5 secondi?

Tempo di lettura: 4 minuti

“Che ci vuole per scegliere qualche foto e scrivere un testo per un sito? Sono capaci tutti!”

In questo articolo scoprirete perché non è affatto così…!

Quando ho iniziato a svolgere questa professione, 11 anni or sono, non conoscevo la parola “usabilità”, ma conoscevo la parola “persuasione”. Solo a dirla, quanta atmosfera si crea, senti come suona: persuasione.

Non ci è voluto molto prima che scoprissi che persuasione e usabilità, nel mondo della comunicazione online, vanno a braccetto nei messaggi più efficaci.

Cos’è l’usabilità?

Secondo il dizionario, si tratta della “facilità d’uso”. In pratica l’usabilità definisce il grado di facilità e soddisfazione con cui si compie l’interazione tra l’uomo e uno strumento. Nel nostro caso, lo strumento è un’interfaccia web, desktop o mobile.

Cos’è la persuasione?

“La persuasione è qualsiasi tentativo atto a modificare comportamenti e/o atteggiamenti senza usare coercizione o inganno”.

B.J. Fogg, Psicologo sperimentale

Sì, persuadere qualcuno, nel nostro caso la persona che entra nel sito web di un’azienda, professionista o brand, non implica in alcun modo l’inganno o il raggiro, anzi, significa solo esprimere nel miglior modo possibile attraverso elementi visivi e testuali il messaggio che si intende comunicare. E qual è il miglior modo possibile? Parlare la lingua del nostro target, perché come diceva Cicerone:

“Se volete convincermi, dovete pensare i miei pensieri, provare i miei sentimenti e parlare con le mie parole.”

Un caso pratico

La comunicazione efficace per un sito web usabile e persuasivo, è un incontro tra le esigenze del brand e la sua specifica nicchia di mercato. Da un lato, quindi, il cosa ti voglio dire e dall’altro il come è più funzionale che io te lo dica in base a chi sei tu e chi sono io.

Questo 2022 sta vedendo Digital Followers bella impegnata, tra gli altri, su un ampio progetto di comunicazione per l’apertura di un nuovo ristorante di cucina italiana contemporanea a Montagnana, il Belavocado by Frachef.

Tra le diverse attività (brand identity, posizionamento, adv, social…), stiamo gestendo anche la realizzazione del sito, che man mano si sta arricchendo di nuove sezioni e che a breve vivrà il suo lancio ufficiale.

Ebbene, quando 11 anni fa ho scoperto l’usabilità, ho incontrato anche il grande tema del “blink test”, ossia il “test del battito di ciglia”. Entrando in un sito, la primissima impressione che si avrà di quell’azienda, servizio o prodotto, è legato a quello che percepiamo nei brevi istanti iniziali.

Quanto dura un blink? 50 millisecondi. È questo il lasso di tempo che abbiamo per trasmettere al visitatore che entra nel nostro sito per la prima volta tutto quello che vogliamo fargli sapere. In un battito di ciglia, si forma la prima e più importante impressione dell’utente riguardo a chi siamo. Un ottimo sito riesce a far capire la propria offerta al visitatore in meno di 5 secondi.

Studiando la homepage del ristorante Belavocado, abbiamo scelto di fare in modo che la prima schermata del sito offrisse tutto ciò che serve per comunicare al visitatore il messaggio e il posizionamento del ristorante.

Gli elementi essenziali sono: logo + titolo e sottotitolo + pulsante prenota online, che è la prima e più importante call to action per il Belavocado. Poco sotto, immagini con piatti e preparazioni, per far capire che si tratta di un ristorante.

Il nostro intento è che immediatamente la persona intuisca che:

  • è il sito di un ristorante (l’occhio coglie immagini culinarie)
  • è il Belavocado by Frachef (logo)
  • è un ristorante elegante (messaggio trasmesso dalla scelta del layout, font, parole, bilanciamenti tra spazi pieni e spazi vuoti, palette colori, titoli…)
  • può/deve prenotare online (testi + pulsante)

Saper operare di continuo SCELTE e saper organizzare in ordine di importanza le informazioni, in un incessante andirivieni tra visivo e testuale, è il segreto per dare vita a un sito che si impegna a comunicare nel miglior modo possibile.

Il cliente, co-founder del ristorante, è stato completamente felice del risultato, così come lo sono state le molte persone coinvolte nella fase del collaudo della pagina, il cosiddetto panel test.

Insomma, la prossima volta che qualcuno vi dice che “per scegliere qualche foto e scrivere un testo sono capaci tutti, che ci vuole”, provate a ricordarvi l’immensa mole di lavoro, pensiero, prove e decisioni che ci sono dietro a una semplice homepage, dove anche 2 pixel di spazio in più o in meno sono stati oggetto d’indagine ?

Una relazione di lavoro può ancora essere una relazione tra esseri umani?

Tempo di lettura: 2 minuti

“Ve lo devo dire. Quando la sera facciamo tutti i bonifici per i fornitori, quando siamo stanchi per le giornate infinite e pesanti che comportano avviare da zero un’attività, quando ci sono ritardi e intoppi, ecco, noi la sera ci apriamo il sito che ci avete realizzato e lo guardiamo. Lo guardiamo e ci ricarichiamo. Sì, quando ce lo avete consegnato per noi è stato come dire a noi stessi che allora è vero, che lo stiamo facendo sul serio, che stiamo per aprire il nostro hotel-ristorante-park sul Mar Tirreno”.

Queste parole appartengono a Paolo, uno dei due imprenditori del progetto nel settore della ristorazione di cui vi ho parlato qui.

In oltre 10 anni di lavoro in questo settore, non mi ero mai sentita dire che un sito a cui ho lavorato fosse diventato così emotivamente importante per una start up. Certo, ho ricevuto diversi riscontri positivi, come “il sito ci rappresenta appieno”, “il sito ci piace”, “il sito piace ai nostri clienti”. Ma è diverso, perché quando il business ce lo hai da anni, il sito è solo un pezzettino del tutto, e spesso nemmeno ti serve, non lo guardi, ed è giusto così: sono i clienti a doverlo guardare, non tu. Sono i tuoi consulenti marketing a doverlo aggiustare, non tu.

Però, per un momento, mettiti nei panni di due giovani imprenditori che scelgono di sfidare l’impossibile in un momento storico come questo: far risorgere un vecchio locale della Lunigiana (Massa Carrara, Toscana) e dargli un’anima tutta nuova, completamente originale. Un’idea matta, un’idea “folle”, sappiamo tutti fin troppo bene in che periodo è il mondo, tra pandemia, guerre e inflazione alle stelle.

Beh, a noi le idee matte piacciono (“stay hungry, stay foolish”, diceva un saggio), e per noi ONLY THE BRAVE è un motto esistenziale. Alla faccia delle difficoltà.

E quindi, quanta meraviglia nel sentirci dire che un “semplice” sito di un progetto in coming soon (che lo scorso 26 luglio ha aperto al pubblico i primi spazi!) è diventato un elemento cardine per questi due giovani imprenditori per ricaricarsi e darsi lo sprono necessario ad affrontare giorno per giorno le mille e più criticità connesse al restaurare completamente un luogo e nel contempo a iniziare a promuoverlo e posizionarlo a livello di comunicazione (e per questo ultimo aspetto, ci siamo noi ? ).

È bello, è UMANO, è vivo, è vero: è così che è fatta una relazione tra le persone – sì, anche lavorativa – al di là del “io sono cliente, tu sei un fornitore”, “io sono un consulente, tu sei un cliente”.

Ci piace lavorare così e per fortuna, alle volte, scopriamo che è ancora possibile.

Cerchiamo aziende serie (con le quali fare marketing davvero)

Tempo di lettura: 4 minuti

Dal 1988, forniamo supporto le imprese italiane per dare visibilità ai loro servizi e prodotti. Non garantiamo 400 nuovi clienti paganti al mese a tutti perché semplicemente non è possibile.

Non abbiamo un metodo da urlare perché ogni azienda ha le sue caratteristiche, necessità e bisogni.

Non ti vogliamo vendere nulla, nessun workshop, nessun seminario, nulla. Lasciamo agli altri urlare “la nascita di macchine digitali in grado di aumentare i tuoi clienti in modo prevedibile e veloce, differenziarti dalla concorrenza e acquisire il vantaggio competitivo”.

Perché facciamo questo? Perché sappiamo come funziona. Ne abbiamo viste di tutti i colori. Ogni Cliente per noi è una storia da scrivere, perché, come nella vita, siamo tutti diversi. Se veramente esistessero macchine digitali non saremmo già tutti ricchi? Perché allora chi lo scrive ha bisogno di vendere qualcosa?

L’imprenditore italiano è geniale. Il made in italy è ancora l’unica cosa che ci resta. Ho conosciuto titolari di azienda brillantissimi, persone vere, dirette, sincere. Persone che non ci sono più perché il primo giorno di cassa integrazione della loro azienda sono scomparse, gente vera, attaccata alla loro idea imprenditoriale, legata ai loro collaboratori, alla loro famiglia.

Imprenditori che dal nulla hanno creato barbecue con caratteristiche uniche, che lavorano il marmo come fosse il loro figlio, che scrivono manuali complessi per aiutare le persone a trovare un lavoro.

Tante tantissime persone, io e il mio team, abbiamo visto e con loro abbiamo fatto marketing serio, vero. Cercando di prendere le loro idee di portarle al loro pubblico. Perché questo è il nostro lavoro. Perché ognuno, da sempre, deve fare il proprio lavoro.

È vero che il digitale è un modello di scalabilità e di crescita veloce, economico e prevedibile. Forse l’unica cosa sulla quale sono d’accordo ma servono competenze per farlo funzionare. Nel nostro team ci sono persone che si occupano solo di scrivere testi, persone che si occupano solo di gestire le immagini, persone che si occupano solo di creare e gestire campagne pubblicitarie e potrei elencarne altre. Perché? Perché anche tu, nella tua azienda, avrai persone che si occupano dell’amministrazione, del personale, della struttura tecnica, delle vendite. Ad ognuno il suo lavoro.

Gli altri scrivono che serve il minimo sforzo operativo per avere un marketing online funzionante, e perché mai? Perché le attività che dovrebbero dare visibilità ai prodotti o servizi che hai sognato e realizzato (o che stai sognando e realizzerai) devono funzionare con il minimo sforzo? Qual è quella cosa che in un’azienda funziona alla grande con il minimo sforzo? Forse la macchinetta del caffé, sperando che il caffè sia buono.

E poi scrivono che c’è “un semplice flusso da imparare che ha funzionato per centinaia di imprenditori”. Centinaia di imprenditori tutti uguali? Tutti che vendono lo stesso prodotto o servizio? Ma se il marketing di oggi si basa sulla necessità di differenziarsi dalla concorrenza bisogna davvero lavorare su qualcosa di uguale per tutti? mmm anche qui qualcosa non mi torna.

E poi ecco che arrivano i casi studio: “Con 3000 euro di budget pubblicitario, 400.000 persone hanno visto l’annuncio e 6500 hanno cliccato. Numeri che non dicono nulla. Primo perché un’impresa si basa sul valore di quello che riesce a distribuire e sul fatturato che riesce ad incassare. E qui non trattiamo nessuno dei due. Secondo perché non stiamo parlando di concretezza ma solo per far fare wow. Qualsiasi annuncio pubblicitario crea visualizzazioni e clic ma bisogna sempre capire qual è l’obiettivo, come è stata fatta la campagna pubblicitaria, se veramente sono dati da considerare buoni, dati per cui vantarsi. Anche il nostro responsabile delle campagne pubblicitarie avrebbe numeri grossi da dare e da farmi scrivere ma che senso ha se non sono contestualizzati? Zero valore.

Gli altri si definiscono Enfant Prodige del marketing online, noi siamo persone che da oltre 30 anni “abitiamo” il mercato della comunicazione e abbiamo visto il passato, osserviamo il presente e abbracciamo il futuro. L’esperienza ha un valore, secondo noi, importantissimo.

Scrivono che con poche persone negli ultimi 4 anni hanno portato più clienti e più fatturato a 170 aziende in 80 settori differenti. Il fatturato prima di tutto lo genera l’azienda con quello che vende, il marketing ha il compito di avvicinare l’azienda al consumatore finale, non di fatturare. Noi negli ultimi 4 anni abbiamo lavorato con una ventina di aziende. Perché così poche? Perché ogni progetto è costruito ad hoc e nessuno è uguale ad un altro. Perché il cliente resta e con lui proseguiamo il progetto, non siamo un jukebox che ha sempre bisogno di monetine nuove. Finite le monetine, finita la musica.

Se sei arrivato a leggere fino a qui significa che hai compreso che cerchiamo aziende come la tua, aziende serie con il bisogno di fare marketing serio e professionale. Abbiamo voglia di mettere le nostre competenze al servizio di chi ha un cuore e idee imprenditoriali. Di chi ha bisogno di dare visibilità ai proprio prodotti o servizi, a chi crede che ognuno debba fare il proprio lavoro.

Ah quasi dimenticavo, noi non diciamo parolacce, gli altri sì. Perché? Primo perché abbiamo una certa educazione, secondo perché abbiamo rispetto degli altri.

Come abbiamo realizzato il sito di un ristorante che non esiste (ed è una navicella spazio-temporale)

Tempo di lettura: 4 minuti

CyberPanther è una start up nel mondo della ristorazione. Nata dall’idea di due giovani imprenditori, Silvia e Paolo, questa catena alberghiera sorgerà lungo la storica Via Francigena, in Lunigiana, sul Mar Tirreno.

Silvia e Paolo hanno un progetto ambizioso, e per renderlo realtà hanno bisogno di investitori interessati a contribuire al progetto. Ecco perché ci hanno chiesto di realizzare il sito del CyberPanther anche se il ristorante ancora non esiste, proprio per avere una freccia in più al loro arco per convincere gli investitori che si tratta di un progetto ambizioso ma coi piedi per terra.

E come si racconta qualcosa che non c’è? Come comunicare a livello di marketing un locale dove si mangia, si beve, si vivono eventi, se tutto questo ancora non esiste? Beh, si parte dai sogni e dalle idee, nonché da un Business Plan di tutto rispetto.

Quando un progetto è solo in potenza, non ancora reale, è fondamentale possedere una delle soft skills più preziose che ci ha insegnato la pandemia: l’intelligenza emotiva. Solo entrando in profonda empatia col cliente, sarà possibile capire davvero il cuore del suo progetto, l’anima del brand che intende creare, e concretizzarla nel look&feel del sito web che ti è stato commissionato.

Appassionata come sono, da sempre, di fantascienza, cyberpunk, spade laser, fumetti e altre meraviglie nerd, ammetto che per me è stato un ingresso facile, divertente e al contempo assolutamente nuovo in ambito lavorativo. Con Silvia e Paolo è scattata subito la scintilla, il progetto è scorso liscio e senza intoppi: con il solo Business Plan in mano e una call, via, ci siamo messi all’opera.

Gli step sono quelli di sempre: struttura del sito, gerarchia dei messaggi da veicolare, call to action, layout, palette colori, font, usabilità, copywriting e foto emozionali. Ma questa volta è un po’ più speciale, perché non è un semplice sito, ma una sorta di portale spazio-tempo che ti scaraventa nel futuro e nelle sue atmosfere di notti illuminate da luci al neon verdi, fucsia, viola e blu. Accanto al design science-fiction, il calore della cucina: street food, piatti italiani, buona birra: è pur sempre un ristorante per famiglie, la cui mission è offrire agli abitanti della zona e ai turisti una meta per rilassarsi, divertirsi e immergersi nelle atmosfere futuristiche ispirate ai migliori film, libri e videogiochi di fantascienza.

Il sogno di Silvia è entrare nelle menti e nei cuori delle persone, in particolare delle giovani famiglie, con bambini che a casa dicano: “Mamma, papà, voglio andare a mangiare sull’astronave!”.

 

È così bello che la mia professione mi porti a incrociare persone ambiziose che vogliono rendere realtà le loro aspirazioni ed ispirazioni.

In bocca al lupo ragazzi per la vostra avventura interstellare, e grazie a Silvia per queste parole:

Sono venuta a conoscenza della Digital Followers grazie alla raccomandazione del mio executive chef.
Temevo fosse il solito contatto tra amici, invece sono rimasta piacevolmente colpita! Ho conosciuto una squadra molto professionale e disponibile, flessibile alle mie richieste e presente per i cambiamenti. Solitamente è complicato comunicare un’idea ad una persona terza che te la deve realizzare. Invece loro sono stati sul pezzo ed il sito che hanno creato è esattamente ciò che volevo.
Complimenti a Stefano, Alessandra e a tutta la loro squadra.
Consigliatissimi.

Silvia Bocchi, titolare CyberPanther

Dopo quanto tempo uno shop online inizia a fare le prime vendite?

Tempo di lettura: 2 minuti

Questa è una domanda bellissima. Una domanda che può avere mille risposte e altrettante contro domande.

La prima grande distinzione da fare è: sei sul mercato da molto tempo o il tuo brand si è appena affacciato alla vendita? Già questa domanda dovrebbe essere uno spartiacque importante e invece pensa che già qui ci potremmo fermare perché anche l’azienda sul mercato da molto tempo, soprattutto se italiana, può non aver mai fatto comunicazione. Può non essere presente online se non con un sito vecchio e quindi può essere alla pari del nuovo brand appena nato. A chi arriva il primo ordine allora?

Secondo step, molto semplice. Hai provato a cercare online quei prodotti che anche tu vendi? Sembra banale anche questa domanda ma molti imprenditori fieri della propria azienda (come è giusto che sia) non fanno nessuna ricerca online perché spesso dicono: “ho il prezzo migliore”, “sono leader del mercato”, “vendo già tantissimo nel punto vendita” e quindi?

Ecco che facendo una ricerca su Google troviamo il tuo stesso prodotto oppure prodotti della sua stessa categoria con prezzi nettamente inferiori oppure senza spese di spedizione o in altre varianti, ecc ecc.

Terzo step. Fatti questa domanda: perché una persona dovrebbe comprare quel prodotto da te invece che da un tuo concorrente? Cosa realmente ti differenzia dagli altri? Cosa offri che gli altri non offrono? “Io curo il mio cliente, faccio una confezione straordinaria, gli arriva tutto intatto”. Gli arriva se te lo ordina! E se non ti fa l’ordine come farà a sapere che il tuo pacchetto è fighissimo?

Mi fermo qui perché mille possono essere le variabili e non è detto che perché hai aperto un e-commerce automaticamente devono arrivare degli ordini. Lo sforzo che hai fatto non è proporzionale agli ordini che riceverai.

Un consiglio: fatti continuamente la domanda del 3° step, ossia “perché una persona dovrebbe comprare quel prodotto da te invece che da altri?” Qui sta la chiave del gioco, quella chiave che ti farà arrivare quegli ordini che oggi non hai e che stai cercando.

Vuoi farti una chiacchierata con me?

Un caffettino te lo posso offrire sia in presenza che virtualmente, scrivimi senza problemi a stefano@digitalfollowers.com

Cosa sono e a cosa servono i Valori del Brand? Ecco alcuni esempi

Tempo di lettura: 3 minuti

I valori del brand sono una parte essenziale per la tua attività, indipendentemente dal fatto che si tratti di un negozio fisico, un e-commerce o un’azienda sul mercato da decenni.

Hai bisogno di clienti che vogliono acquistare da te perché credono nel tuo marchio.

Per fare ciò, occorre individuare e perseguire una serie di valori fondamentali forti che siano ben comunicati ai tuoi dipendenti, partner e clienti.

Le persone vogliono vedere il tuo brand come un’entità completa. Vogliono sapere non solo quello che fai, ma ciò in cui il tuo brand apprezza e in cui crede.

In particolare, vogliono conoscere il tuo cuore della tua azienda. Questo include:

  • Scopo: perché esisti?
  • Visione: quale futuro vuoi contribuire a creare?
  • Missione: come crei quel futuro?
  • Valori: chi sei? Come lavori?

Quali sono i valori del brand giusti per la tua attività?

Di solito i primi valori che vengono in mente sono piuttosto vaghi: ad esempio “qualità” e “affidabilità” sono valori del brand che la maggior parte delle aziende può sostenere.

Considerare un’ampia gamma di valori del brand può aiutarti a focalizzare quali sono i reali valori che ti contraddistinguono sul mercato. Stilare un elenco iniziale di valori è un ottimo modo per fare un brainstorming su ciò che è essenziale per la mission del tuo marchio.

Qui di seguito trovi un elenco con esempi di valori del brand, tuttavia ti suggerisco vivamente di pensare a come rendere queste parole (piuttosto generiche) più caratteristiche della tua attività, che è unica e irripetibile. Se una parola come “affidabilità” ti colpisce, chiediti perché. Assicurati di poter spiegare in che modo il tuo marchio sostiene in modo concreto uno specifico valore che scegli.

Ad esempio, Coca-Cola definisce i valori del suo brand aggiungendo a ciascuno una breve frase che enfatizzi ulteriormente ciò che è importante per loro:

  • Leadership: il coraggio di plasmare un futuro migliore.
  • Collaborazione: sfruttare il genio collettivo.
  • Integrità: sii reale
  • Responsabilità: se deve essere fatto, dipende da me.
  • Passione: Impegnata nel cuore e nella mente.
  • Diversità: inclusiva come i nostri marchi.
  • Qualità: quello che facciamo, lo facciamo bene.

Coerenza tra quello che fai e quello che dici

Abbiamo capito che i valori del brand sono i valori fondamentali in cui la tua azienda crede e che rappresenta nel suo modo di agire e di comunicare.

Tale coerenza tra “fare” e “dire” aumenta il senso di autoefficacia di chi ci lavora dentro e al contempo migliora l’affezionamento al tuo marchio da parte degli acquirenti, che percepiscono una realtà che “fa quello che dice”, trasparente, chiara e fedele ai suoi principi.

Ora, Coca-Cola è un mega big brand, quindi si può permettere di fare grandi affermazioni come “dare forma a un futuro migliore.

Per le piccole imprese, non è necessario fare affermazioni così spinte, anzi può essere controproducente. Cosa fare quindi? Concentrati su ciò che fai veramente.

Pensa al modo in cui migliori la vita dei tuoi clienti, non importa quanto piccoli siano i numeri effettivi che fai. Cosa ti spinge a fornire un servizio di qualità? Cosa ti motiva a fare ciò che fai (soldi esclusi 😉 )?

Perché il tuo Logo dovrebbe avere e far rispettare delle precise linee guida?

Tempo di lettura: 2 minuti

Tra i lavori di quest’anno, in Digital Followers ci siamo dedicati alla creazione del marchio del Ristorante Belavocado che aprirà i battenti nel 2023. Un ristorante di classe, elegante, cosmopolita e contemporaneo.

Non ci siamo occupati solo del logo, ma abbiamo creato anche un manuale con le sue linee guida.

“A cosa servono le linee guida, non è sufficiente il marchio e basta?”

Non è sufficiente se vuoi che il tuo marchio sia riconosciuto nel tempo e nelle sue declinazioni. Per un ristorante il marchio può essere sui piatti personalizzati, sulle pentole, sull’etichetta del prodotto che venderà. Come vedi le declinazioni possono essere tante e diverse e tanti e diversi saranno i fornitori. Bisognerà mandare il logo a chi fa le ceramiche, a chi lo stamperà sulle scatole, a chi farà l’abbigliamento dello staff. E come lo mandiamo? Un bel allegato in vettoriale via email e clic su invia? Sicuro?

Se vuoi che il tuo Brand diventi riconoscibile e che le persone lo riconoscano e lo ricordino deve avere delle linee guida che devi rispettare tu e i tutti i fornitori che faranno il lavoro per te.

Quali sono i vantaggi?

ll fornitore sarà contentissimo perché non dovrà porsi la domanda “e questo adesso dove lo metto?” “quanto lo faccio grande?”, sarà felice anche perché ridurrà i tempi di approvazione del cliente e sui tempi di lavorazione il tuo marchio sarà sempre come quando è stato ideato, non subirà distorsioni, modifiche, cambi di colore, ecc, insomma il tuo marchio sarà salvaguardato. Le linee guida impediranno l’interpretazione spesso erronee di altri.

Ultimo punto ma il più importante: manterrà la riconoscibilità.

Il marchio che hai voluto per il tuo Brand ha un documento con identificate e dichiarate le linee guida?

Ecco di seguito alcune pagine del Manuale Linee Guida del marchio di Belavocado. Se vuoi avere il documento completo o se vuoi che ne discutiamo davanti davanti ad un caffè (anche virtuale) ne sarò lieto, scrivimi a stefano@digitalfollowers.com